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Nome: Varechina Loredana
LADIES AND GENTLEMEN, THE ICHTHYIC ROCK IS READY!!! The absurd band from Ripatransone (Ap) offers his very personal "ichthyic rock". A line-up who went under many changes. Pain is an enemy for many, but not for them 'cause they know how to turn pain into a form of art. This generation discontent feeds the sound of the VARECHINA, an acoustic and deceptive sound. Varechina Loredana: everything started back in 2001. From the crack within some local bands the Varechina Loredana arised. Blues lovers, forrmer crap punk music makers, bloody messy a la John Zorn, obsessed by sampling and mocking, deeply in love with liturgical chants and processions, cabaret and theatre. It doesn't exist an exact term to describe their music, let's say their secret is to be very badly-matched from the very start.
The VL were taking part to various national competitions for emerging bands: third place in ALTRISUONI 2002; Critics Awards and Best Drummer in ACQUAVIVA ROCK 2002 (Ap); Finalists of the competition New Generation in Castelfidardo (An) in 2002; Winners of the Sound Good Festival 2002. In Sotterranea 2003 they won the Award for the Originality, Best Percussionist and Best Keyboarder; Third place in USELESS MACHINE 2003 – S. Maria Goretti in Offida (Ap); Second place in Sound 2004. First place in ALTRISUONI 2004; Semifinalists REGIONE MARCHE Arezzo Wave 2006. Even TG3 Marche with the TV programme Jang Pipol dealt with the Varechina interviewing them widely. From 2006 on, sailing to the Ichthyic Rock and leaving behind any punk influence, they are performing with a brand new line-up. In 2007 their first cd, entitled "Live in Studio", came out. During 2007 VL takes part in a compilation filled by the TG3 (Italian Television) named Iang Pipol with the song "Mc Coy".
Right now they are touring all around in Marche.
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L'assurda band del medio_adriatico (Ripatransone,Ascoli Piceno),propone il suo personalissimo "rock ittico". Una formazione che ha subito notevoli mutamenti. La sofferenza è per molti ostile, ma non per noi che abbiamo saputo fare della nostra sofferenza una forma d'arte. Di questo malcontento generazionale vive il suono dei VARECHINA, acustico e fuorviante. Varechina Loredana: tutto accade nel 2001. Dalla spaccatura creatasi da alcuni gruppi locali, nascono i Varechina Loredana. Amanti del blues, ex_punkettari da strapazzo, casinari alla John Zorn, fissati per i campionamenti e gli sberleffi, amanti dei canti liturgici e delle processioni, del cabaret e del teatro. Non abbiamo un termine preciso per definire la nostra musica, diciamo piuttosto che il nostro segreto è stato quello di essere stati male assorti sin dall’inizio. Tra le varie rassegne musicali emergenti nazionali i VL hanno partecipato: Terzo posto ad ALTRISUONI 2002. Premio della Critica e miglior batterista ad AQUAVIVA ROCK 2002 (Ap). Finalisti de il concorso “New Generation” a Castelfidardo (An) nel 2002. Vincitori del Sound Good Festival 2002. A Sotterranea 2003 sono stati vincitori de il Premio per l’Originalità, miglior percussionista, miglior tastierista. Terzo posto a USELESS MACHINE 2003 - S. Maria Goretti di Offida (Ap). Secondo posto al Sound Good Festival 2003. Secondo posto ad ALTRISUONI 2004. Secondo posto a SOTTERRANEA 2004. Primo posto al Sound Good Festival 2004. Anche il TG3 Marche con il programma “JANG PIPOL”, si è occupato dei Varechina intervistandoli lungamente.
Semifinalisti REGIONE MARCHE Arezzo Wave 2006.
Dal 2006 virando per il Rock Ittico e lasciandosi alle spalle refusi punk,si esibiscono con una nuova formazione.
Nel 2007 esce il primo cd dei VL intitolato "Live in Studio".Sempre nello stesso anno,il brano "Mc Coy" è inserito nella compilation Iang Pipol a cura del TG3 Marche;una selezione delle migliori band emergenti della regione.Nel 2008 esce il disco solista di Wallace intitolato "Clamorosamente".
I VL hanno suonato e stanno suonando in giro per le Marche.
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mi sono masturbato *loading* volte
GRAZIE
GIMBO
Degenerazione dell'umano
Verso la pornoglobalità dei linguaggi
Il proiettile urlato dalla voce dell'uomo
uccide l'uomo con la parola Dio.
Le guerre nascono dalle parole. L'uomo alfabeta uccide la sua sensibilità e la sua fantasia e, mediante l'uso soggettivo della parola, attua quella separazione, quella "torre di Babele" che è l'espressione dell'arrampicarsi sugli specchi delle proprie paranoie. L'alfabetismo si traduce da tempo in tubi, prese, strade, catene di montaggio, ma anche in inventari di parole.(2) che possono essere veri e propri attentati all'umanità.
Quanto segue ha dell'incredibile, eppure è vero.
Il 7/12/1999 scrissi alcune mie considerazioni linguistico-filosofiche ad una casa editrice in merito alla pubblicazione di un volume sui portatori di handicap in cui si affermava che l'etimologia della parola "umano" proviene dalla parola "mano" e molte altre cazzate del genere, ed allo "stile" della sua autrice, una sedicente terapeuta e formatrice professionale. Casa editrice, pubblicazione, ed autore non saranno qui nominati, bensì sostituiti con asterischi (***) in quanto non intendo fare loro alcun tipo di pubblicità. Siamo a mio parere in una società marcia che per coprire il marcio continua a far mostra di buonismo con pseudoterapeuti e pseudoterapie oltretutto statalizzate: negli ospedali pubblici oggi si fa la comicoterapia e nelle cooperative sociali detentrici dello stesso potere statale anche se subappaltato all'interno di qualsiasi struttura di cura comunale, provinciale o regionale che dir si voglia, si fa finta di curare gli handicappati con la ceramica e la pittura, mentre gli operatori di queste strutture, stressati e incazzati, e costretti a stare al gioco se vogliono mangiare, sono oltretutto sottopagati, sfruttati, e sottoposti a condizioni di lavoro da anni cinquanta.
"Credo che un editore - così incominciava il mio scritto - dovrebbe farsi attento all’elemento base del suo lavoro, e cioè alla parola. La parola, anche se impiegata per comunicare contesti importanti come sembra pretendere detto autore a proposito dei portatori di handicap, sarà sempre in esilio ed estraniata dai contenuti della realtà spirituale nella misura in cui la si vuol manipolare nell’essenza" e portavo un esempio di tale modo di procedere manipolativo, in cui la parola "umano" veniva appunto codificata da tale scribacchina nel costrutto "U-MANO" indicando anche altri suoi testi, che proprio per tale "stile" manipolativo considero aberranti: "anche per altra "linguistica" di questo tenore, tali costrutti vengono architettati senza giustificarne alcuna ragione etimologica, forse col pretesto che essi siano di per sé percepibili foneticamente già nella loro pronuncia. Si confonde così la linguistica con l’enigmistica o con il principio del rebus, in cui i segni grafici o fonogrammi, che esprimono i suoni (da foné, "suono, voce") sono utilizzati per rappresentare le cose, alle quali essi vengono associati, astraendo da ciò che effettivamente raffigurano. Se per esempio volessimo, secondo questo procedimento, scrivere la parola rosario, accosteremmo alla figura di una rosa quella di un ruscello, di un rio".
Spiegai poi a tale casa editrice l'etimologia vera di "umano", parola proveniente da "uomo", dal latino "homo", e a sua volta da "humus", in senso di terrestre: l’humus "è infatti il terriccio fertile, la terra. Ciò è in armonia con l’antica conoscenza di Adamo, il primo uomo terrestre. Infatti la parola "adam", significa in ebraico sia umanità che terra rossa. Solo non tenendo in considerazione che la parola italiana "umano" deriva dal latino humanus e da homo si può pretendere di dividere la parola in due per mettere da un lato "u" e dall’altro "mano". Ma tale ipotesi basata sulla tmesi U-MANO, ponendo il fonema "u" accanto al monema "mano", anche se ad un’analisi superficiale può apparire giusta, è invece assurda. Infatti, se prendiamo altri derivati foneticamente simili, come ad esempio "maremmano", "germano", "romano" (prodotti ovviamente dai loro rispettivi sostantivi: "maremma", "Germania", "Roma") dovremmo anche per questi asserire - con la stessa logica - una loro relazione con la "mano" umana solo perché i loro derivati la incorporano come monema. La medesima cosa dovrebbe inoltre valere per sostantivi come per esempio "talismano" o "caimano" e simili, e sarebbe quanto meno strano pretendere di enucleare etimologicamente il concetto di "mano" umana da quello di "caimano". Credere ciò assennato semplicemente perché da una parola può essere fatto comparire un monema (peraltro inesistente nel termine originario "homo") è giustificato quanto sostenere per es. che la parola "normale" voglia significare una sorta di "norma del male" in quanto entrambi questi monemi "norma" e "male" vi sarebbero presenti..."
Feci inoltre notare un’altra incongruenza, presente nell’idea di una "corporeità-fondamento" nella cosiddetta "globalità dei linguaggi" di questa "maestra": "secondo l’inventrice di tale congettura il principio sul quale si fonda la "globalità dei linguaggi" sarebbe la corporeità, come "elemento unificante di tutte le possibilità espressive....". Qui l’ovvio si sposa col materialismo più acefalo. Sarebbe come dire: niente corpo, dunque niente comunicazione, niente voce o onda sonora meccanica, dunque niente linguaggio; come se non vi fosse un vivente spirito del linguaggio o come se il linguaggio in quanto mero aggruppamento di parole fosse privo di vivente correlazione con concetti e idee. Forse potrà anche essere così per molti, e forse è davvero così per molti dei nostri attuali politici o per la stessa ***… In ogni caso, una "globalità dei linguaggi" in quanto sistema di segni, generati dalla corporeità-fondamento, comporta un problema, che potrà anche passare inosservato per le attuali condizioni mentali di lettori ed editori piacentini, ma che prima o poi, credo, dovrà essere chiarito. Si tratta della necessaria distinzione fra linguaggio e sistemi di segni studiati dalla semiologia. Se ammettendo tale "globalità" ci si chiedesse dove incominci il linguaggio e dove termini la semiologia, non credo si potrebbe ottenere risposta. Riassunto con altre parole, se il linguaggio è un sistema di segni, ogni sistema di segni usato dagli esseri viventi per comunicare deve chiamarsi linguaggio; si potrebbe così parlare di linguaggio animale, inserendovi l’uomo come appartenente alla specie animale. Ma allora non si riesce più a giustificare quel dato secondo cui le lingue umane si distinguono da tutti gli altri sistemi di comunicazione. Nelle lingue umane ogni segno infatti può, sì, provenire da un impulso ma può provenire anche da un motivo. L’umano non è solo spinto ad agire da impulsi. Ha anche dei motivi per agire, costituiti da pensiero. Chi osserva l’azione di un ladro che ruba per mangiare osserva che la sua azione non è dettata da un vero motivo ma da un impulso. In tal modo si riesce a distinguere anche fra libero arbitrio e libertà".
Feci poi presente che la mia non era una critica meramente formale riguardante la sola etimologia. Spiegai infatti che in quanto tale pseudomaestra non inseriva giustamente nei suoi scritti il linguaggio come sistema di segni talmente diversi da tutti gli altri da costituire la prerogativa stessa dell’uomo nella catena biologica, tali scritti potevano solo mostrare l'uomo come mera specie animale e non come individualità. L'umano, ridotto all’espressione "U" (vocale euritmica della paura) e a ciò che l’uomo sa compiere con la propria "mano" (fare gli utensili, costruire le capanne, battere il ferro, ecc.) rimandava dunque proprio all'immagine dell’uomo schiavo o tutt'al più primitivo, in realtà anti-umano, subumano…
In ciò dunque consisteva la mia critica, rivolta dunque a un reale aspetto degenerativo del linguaggio e dell'"umano" stesso in senso reale e non solo formale.
A questa lettera la casa editrice mi rispose con le seguenti parole: "Gent. mo Sig. Villa, ho ricevuto in questi giorni la sua cortese e inattesa lettera di considerazioni in merito alla pubblicazione del libro di *** "***". Mi sento di doverle dare una risposta dividendola però su piani diversi. Le propongo la prima risposta dal punto di vista dell'editore. Lei mi richiama, giustamente, all’attenzione che dovrei prestare all'elemento base del mio lavoro: la parola. Quando mi é stato proposto di pubblicare il libro non ho avuto dubbi: *** é da molti anni un punto di riferimento importante per tutti coloro che si occupano di handicap è terapeuta e formatrice secondo un metodo da lei stessa elaborato (la "Globalità dei Linguaggi") che ha riferimenti importanti in tutta Italia. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni con diverse case editrici e anima centri specializzati presenti in tutto il paese: Il linguaggio da lei usato non avrà forse, come lei osserva, una fedeltà formale alla costruzione sintattica o al significato del singolo vocabolo, ma é certamente funzionale ad un pensiero o un'emozione che vogliono essere trasmessi: è un linguaggio "evocativo" che serve ad aiutare delle persone con problemi a riflettere intorno ad un percorso di recupero e di accettazione di sé. L’altra risposta mi sento di proporgliela come padre di un bambino autistico che in questi anni ha seguito, in ***, il percorso proposto dalla ***. Come padre non mi sono mai fermato a considerare la costruzione sintattica del linguaggio della ***, ma mi sono limitato a constatare gli incredibili progressi che nostro figlio, ed altri con lui, hanno compiuto in questi anni. L'ambito dell'handicap, soprattutto mentale, è ancora misterioso per medici, terapeutici e genitori. Lo stesso metodo non necessariamente funziona in tutte le situazioni. Occorre avere l'elasticità e lo spirito libero di considerare i diversi aspetti positivi che ogni percorso, anche il più incomprensibile, può portare. In questo senso non posso fare altro che assicurarle che per nostro figlio il metodo della "Globalità del linguaggi" é stato preziosissimo per poter esprimere se stesso ed entrare in relazione con gli altri. Le sono comunque grato per l'attenzione che ha voluto rivolgere a questa nostra pubblicazione. Cordialmente. ***".
Alcuni brani della mia replica: "Egregio Signor *** [...] d’accordo sull’avere elasticità e spirito libero ma, nel caso, a proposito di alterazione dei concetti, per l’"ascolto" della quale l’"u-mano" diverrebbe (e probabilmente lo è già) capace di "u-dito", credo che elasticità o deformabilità rasentino una straordinaria comicità.
Al di là di questo aspetto umoristico (a volte si ride per non piangere), credo che bisognerebbe distinguere fra scrittori e "scriventi", soprattutto quando si vive in un contesto sociale in cui gli "scriventi" sembrano avere il predominio nella cultura. Per costoro, cioè per i generatori di carestia epistemologica non solo credo non sia possibile accettare come correttezze certi errori, bensì doveroso scoprirli, almeno per rettificarne la possibilità del danno che essi comporterebbero se lasciati circolare come virus dell’ignoranza. Bisognerebbe dire insomma che proprio grazie ad una reale libertà di spirito non vi dovrebbero essere transazioni possibili col male, o col male mascherato da bene.
Non metto in dubbio la Sua buona fede quando mi dice che Suo figlio ora sta bene. Metto in dubbio invece il Suo "non avere dubbi" su un autore che fino a prova contraria mi appare come una vera e propria grossa "bufala" (intendo qui per "bufala" qualcosa che per essere valorizzata non esige contenuti, bensì legittimazione di maggioranza). Credo comunque che, come genitore, dovrebbe innanzitutto tenere in considerazione anche un altro punto di vista, e cioè un fenomeno che bisognerebbe considerare sintomo di degrado sociale o quanto meno di ingratitudine o di mancato riconoscimento sociale. Mi riferisco ai veri e propri operatori socioassistenziali, cioè a coloro che si occupano veramente e quotidianamente dei portatori di handicap. Costoro, che per un compenso medio di un milione e mezzo al mese, che a mio parere è una cifra da terzo mondo, e che offrono le loro energie alla cura di questi malati facendo davvero il possibile per riconoscere e contraccambiare le loro comunicazioni affettive e il loro linguaggio, non vengono neanche menzionati. E’ possibile? In fondo, per accorgersi che un portatore di handicap ci comunica qualcosa, non ci vogliono tante parole, tanti libri o tanti articoli sui giornali, bensì solamente un’autentica quanto inesauribile capacità di amore. Questa capacità essendo di per sé luminosa non abbisogna di abbagli e di titoli onorifici. Ora, anziché riconoscere questa capacità però si tende a riconoscere (e la Sua lettera ne è un chiaro esempio) la "Formazione", a cui tali operatori devono sottoporsi per potere svolgere "meglio" il loro mestiere. Si preferisce dunque riconoscere il merito a coloro che si fanno passare per "punto di riferimento" e per maestri. Della mancanza culturale di questa "maestra" ho già parlato nella precedente lettera. Poiché però trovo immorale chi come lei commercia il male teorizzandolo come bene, devo parlarne ancora, soprattutto se poi questa manipolatrice di parole viene riconosciuta - come Lei dice - come "punto di riferimento importante in tutta Italia". Non credo che la verità sia un fatto di democrazia e nemmeno che i riconoscimenti o i giudizi di una maggioranza abbiano il potere di mutare la menzogna in verità. Come lettore almeno non posso riconoscere un maestro solo in quanto legittimato da una maggioranza".
Mostrai a questo punto un altro mastodontico errore di questa "maestra" che in un altro suo scritto, manipolando il linguaggio arrivava a sostenere in definitiva che il male è bene. Questa "formatrice professionale" fa derivare infatti l’aggressività dal latino "ad-gradere", spiegandola come cosa buona e piacevole, nel senso di andare verso il piacere. La "terapeuta" arriva a formulare arbitrariamente qui l’ipotesi di un verbo latino, "gradere", non sapendo che esso è inesistente come infinito, connesso al "piacere".
La "maestra" ignora altresì:
che l'imperativo latino "gradere" (da gradior) significa "vai" e non "vai verso il piacere";
che la forma latina "ad-gradere" è inesistente (nel senso di ricevere grandi onori, i latini dicevano casomai "aggredi magnos honores");
che la sostituzione di "aggredi" o di "aggredere" (forma secondaria attiva del verbo "aggredior") con "ad-gradere" ("ad-gradere" anziché "ad-gredere") è un errore di grave disonestà intellettuale, che induce il lettore a cogliere l’assonanza con l’italiano "gradire", facendo dell’infinito inesistente "gradere" un latino maccheronico con qualità di latino reale;
che l’etimologia corretta di "aggressività" deriva da "gradus", "passo, grado", in quanto aggredire significa originariamente andare verso un luogo o una persona;
che il confondere l’antico termine "aggradire" con l’"aggredire", solo perché ambedue provengono da gradus equivale a confondere il bene col male.
Pertanto ipotizzare un "piacere dell'aggressività" è solo qualcosa di assolutamente demenziale: "E’ ovvio che nell’aggradire, cioè nel piacere di accogliere una cosa gradevole, si tratta di un grado buono, e ciò è testimoniato anche da espressioni come "a buon grado", "di buon grado", ecc. Nell’aggressione invece non si può parlare di bontà o di piacere, a meno che non si opti per il piacere del male. A mio parere, non può dunque esservi piacere di aggressività se non in una mente molto bacata. Fino a prova contraria per aggressività si è sempre inteso comunemente una forza che abbia fini distruttivi. Ora viene la maestra *** a insegnare il piacere dell’aggressività? Si ritorna nella comicità… immagino che quando si conosca una persona del genere e le si dia convenzionalmente la mano dicendo "Piacere!" bisogna fare attenzione perché si rischia di beccarsi contemporaneamente anche un’aggressione, magari un calcetto negli stinchi… Dunque a mio parere qui c’è solo una malata mentale che è riuscita come sembra a far credere a qualcuno (che comunque reputo dal pensiero molto debole) di essere "punto di riferimento per tutti coloro che si occupano di handicap".
Esposi poi il mio punto di vista su tali "formazioni" visto che ero parte in causa come educatore psichiatrico. La casa editrice non mi rispose più.
Oggi si parla di arteterapia se non per farne un business da parte di coloro che per spillare soldi a chi soffre si inventa appunto ogni terapia di sorta, i cui benefici fisici però non sono mai stati provati e tantomeno documentati. L’aggiungere il termine "terapia" ad azioni piacevoli come l’ascolto della musica (musicoterapia), l’andare a cavallo (ippoterapia), l’odorare un profumo (aromoterapia), il sorridere (comicoterapia), ecc., mi sembra da considerarsi solo espressione del decadimento e dell’alienazione dell’uomo d’oggi, che chiama "terapeutico" il proprio piacere sensoriale e da esso si fa aiutare in quanto non riesce a volare più alto.
Tutto diventa terapia, pur di far soldi: una passeggiata all'aria aperta, la vista di un tramonto, odorare il profumo di una rosa... Siamo arrivati al punto che le azioni che un tempo tutti facevano semplicemente per godere di un piacere fisico o spirituale, oggi necessitano della presenza di un maestro, un esperto, un operatore o un "formatore professionale" che ti guida nel fare ciò.
Ogni volta che sento questi termini "formazione", "terapeuta", "arteterapia", ecc., avverto solo qualcosa di stridente, di contraddittorio, ma soprattutto di privo di senso.
Proprio là dove non è più possibile ulteriore discesa, perché manca una sostanza prima da degradare ulteriormente, oggi si tenta di spiritualizzare il grado della caduta, secondo il valore concepibile a tale livello, e pertanto si propone il compito di una reintegrazione di ciò che è morto.
E' la vivificazione del cadavere: nasce il concetto di "animatore sociale" e diventa una categoria di lavoro.
Così il sesso, caduto nel generale automatismo, che è la sua astrattezza riempita di hybris istintiva, giunge oggi ad avere il suo esoterismo, non perché in simili condizioni possa disporre di controparte esoterica, ma in quanto, a tale livello, qualsiasi dottrina può piegarsi a giustificarne il contenuto.
E' l'estremo tentativo del subumano (appunto): la propria dignificazione spirituale. A tale sorte non si sottrae il tantrismo, reiki massaggio californiano e compagnia bella. Tutto ciò appartiene alla realtà del grado di abiezione raggiunta.
Sono dottrine di reintegrazione del subumano, divenuto stato esistenziale.
In fondo sono masturbazioni mentali, che esercitano un particolare fascino sull'attuale uomo indebolito, che ha nostalgia della forza magica: nei testi tantrici sembrano infatti possedute quelle conoscenze, che con gli Dèi, in occidente hanno lasciato l'uomo perché si sorregga da sé, e realizzi in sé con la sua forza la sua originaria natura.
Chi vuol tornare indietro, segue la "via dei morti" in quanto non fa che disseppellire in sé antichi stati di coscienza, cadaveri, esigenti appunto l'"animazione sociale".
Qui l'umano diventa u-mano e continuando con la masturbazione mentale si potrebbe dire che la mano ha l'u-dito, e chi più ne ha più ne metta...
VARECHINA LOREDANA
DECALOGO

31 Oct_11 Nov
Wallace in U.S.A.
Wallace
Sembrava impossibile potesse capitarmi
Invece mi è successo veramente, veramente
Veramente, veramente
Facevo finta di fregarmene di te
Per rendermi più interessante
Ma adesso sono solo veramente,
Veramente, veramente
Il cielo grida il tuo nome
La primavera mi risveglierà come un fiore
Come un fiore
Dovresti imparare a mentire un po' più spesso
Se mi volessi bene veramente
Perché le maschere che porti a volte sono più sincere
Riflettono l'essenza
Adesso stai fingendo veramente,
veramente, veramente
Veramente, veramente,veramente
Il cielo grida il tuo nome
La primavera
mi risveglierà come un fiore
Fammi vivere una nuova illusione
Fammi vivere una nuova stagione
Fammi vivere una nuova illusione
Fammi vivere..
veramente, veramente
Il cielo grida il tuo nome
La primavera
mi risveglierà come un fiore
Come un fiore
Sembrava impossibile potesse capitarmi
Invece mi è successo veramente
Facevo finta di fregarmene di te
Per rendermi più interessante
Ma adesso sono solo veramente
Fammi vivere una nuova illusione
Fammi vivere una nuova stagione
Fammi vivere una nuova illusione
Fammi vivere..
Come un fiore
Il cielo grida il tuo nome
La primavera mi risveglierà come un fiore
Come un fiore
Domenica 26 Settembre_Colle S.Marco_Ascoli Piceno
NOCORE+VARECHINA LOREDANA+LYBRA+GODIVA
Live
Vizioso
Qui ogni gesto provoca scalpore
È il nostro unico denominatore
La prima regola è non parlare
Se con le mani tu ci sai fare
E se per caso devi ancora imparare
Ci vuole niente ad incominciare
RAVANA CLUB
È cuba senza cuba
È il vero sabor, e qui da noi
Abbiamo i peggiori locali di Caracas
RAVANA CLUB
E’come la Val D’Aosta
Ma senza il mare
Non rischi di affogare
Benvenuta nel nostro club
Dell’ammore,
noi facciamo all’ammore
E’ il nostro unico denominatore
La regola ufficiale è che chi si iscrive
Lo fa prima
E se la cosa ti dà noia
Lo dovrai fare fino a mattina
RAVANA CLUB
È cuba senza cuba
È il vero sabor, e qui da noi
Abbiamo i peggiori locali di Caracas
RAVANA CLUB
È come Santo Domingo
Come Ibiza dove si abusa,
Abbiamo i peggiori locali di Lampedusa.
Ed eccoci qui, alle ore 03.35 del mattino a scrivere. Io, Mario e Mara siamo andati ad Udine ad inaugurare la mostra. La mia presenza rappresenta un supporto logistico (io sto con la macchina),inoltre diciamo che e’ la prima uscita ufficiale de Il Corpo non Mente. Bisogna sfatare la leggenda per cui, si immagina che in tutte le mostre, il giorno della prima, c’e un sacco di gente. Non e’ vero. L’approccio con la galleria da parte del pubblico, avviene in sordina. Gli acquirenti tipo non vengo tutti assieme,non si fanno vedere, gli da anche un po’ fastidio essere visti,non si cagano un cazzo di niente. I galleristi d’altro canto non si fanno problemi. Basta che si vende.
Ho fatto le veci di Mario per diverse persone, questo pomeriggio. Alla fine ci speravo proprio che entrasse una presenza femminile degna della mia attenzione. E difatti verso le 18 ti si presenta Piera l’artista con al seguito mamma,sorella ed amica. Io e Mara stiamo gia nel pallone a causa del vino ampiamente tracannato. Mi butto, ho voglia di conoscere e poi l’amica mi garba. Parliamo un po’ di tutto,del libro, della vita in genere ed io come da copione recito a soggetto: i Varechina, il cuore,il matrimonio. Insomma la tipa si flippa ne nasce una bella storia a chiacchiere. Piera e’ laureata da qualche mese, fresca di accademia, ha gia fatto un sacco di cose. A parte girare il mondo…cazzo…a N.Y. non si puo fumare neanche per strada…a Santo Domingo hai letto tre libri…dice all’amica del cuore. Ha amici a Londra che fanno musica. Sta’organizzando in giro alcune mostre, tra cui la sua. Che bello, e’ fresca vitale, esplosiva,piccolina e delicata, ma piena di quel brio, di quel sano talento che tanto distingue gli essere umani dagli immortali. Vuole decontestualizzare l’arte. Ha fatto una mostra, qualche tempo fa dentro un chiostro. Dice che e’ stato bellissimo, ma non e’ stato facile mettere le mani su questa location un po’ fuori del normale. Anch’io condivido pienamente le sue scelte. Giusto. Portiamo l’arte dove non c’e. Facciamo concerti negli ospedali. Vendiamo libri nelle farmacie. Portiamo la letteratura nelle farmacie e soprattutto facciamo meglio l’amore. Questo lo penso io, chi lo sa se lo pensa anche lei. Sono sbalordito. Sono qui a Udine con la Piera che ha girato il mondo e siamo in sintonia. Io non ho fatto mai un cazzo,vivo in un paese medioevale delle Marche e siamo in sincronismo. Non e’ normale. Non e’ normale che io mi trovi bene a questo modo. E’ vero, mi sono lasciato andare. Troppo. Forse ho solo bisogno di comprensione. Forse ho solo bisogno di comunicazione. Non lo so. Il sangue scorre veloce nelle vene. Oramai sono quasi le 20. Dai Piera andiamo tutti a cena fuori. Portami a mangiare all’udinese. Difatti ci spariamo un piatto di fricco, che giustamente sembra plutonio. La scorsa settimana ho visto Lost in Traslation con Bill Murray. Che strano mi sembra di rivivere il film. Siamo in una vecchia osteria. Stiamo tutti insieme con gli amici della galleria. La mia energia diventa centripeta, coglie i miei vicini. Li annichilisce. La Piera ha il suo bel giro. Ha il tipo che l’aspetta. Mi saluta dice -Devo andare..-. Capisco,anche tu hai la tua vita e soprattutto io che cazzo c’entro?
Mi dispiace, io purtroppo ora vivo solo di pensieri. Guarda che e’ meglio l’amore narrato che quello vissuto. Si lo so e’ da vigliacchi, ma fa meno male. Ora capisco, la nebbia si dirada e tutto torna normale. E poi tra cinque minuti ti sarai dimenticata anche di questa faccia da coglione. Tanto domani noi, non ci saremo come identità pensanti.
Ciao Piera e’ stato bello conoscerti. Il mio discorso incantatore fa parte del gioco. Le cose sono belle se durano poco. Resta il fatto che siamo in accordo su tante idee.
Decontestualizziamo l’arte, subito, da domani. Facciamo che ogni scrittore che conosci, te lo porti un minuto nel cuore.